giovedì 23 marzo 2017

Eva Hide. Dad is God



Traffic Gallery è lieta di introdurre, all’interno dei propri spazi Dad is God, mostra personale del duo artistico Eva Hide, accompagnata da un testo critico di Ginevra Bria.

In esposizione dodici lavori di diverse dimensioni e tecniche. Tra collage, sculture in maiolica dipinta e installazioni che si ripropongono di indagare alcuni degli aspetti più oscuri e fallimentari del rapporto padre-figlio.

La funzione paterna, sostiene lo psicanalista Joël Dor, costituisce un epicentro cruciale nella strutturazione psichica del soggetto, se non altro perché è unicamente in rapporto a essa che ciascun soggetto acquisisce la propria identità sessuale- a volte a scapito della predeterminazione biologica dei sessi.

Per l’occasione, Eva Hide presenterà le pareti della galleria ridipinte, con rassicuranti tinte pastello. Proscenio candido per opere rappresentatrici delle empietà umane, scardinando i canoni di controllo del pensiero trattenuto, dell’etica censuratrice, che tende a nascondere e occultare le bassezze e la tragicità del vivere quotidiano. L’allestimento della mostra è dominato da una fontana, che, in qualità di fonte d’acqua artificiale e di costruzione dal carattere prevalentemente ornamentale si trasforma in simbolo totemico dello svilimento femminile da parte dell’uomo egemone.

Le piccole e colorate sculture dipinte, dal titolo Why Children Steal, ripropongono ambientazioni sintetiche, caratterizzate da istantanee paradossali e dalla ripetizione esasperata di elementi visivi, utili a rendere ugualmente presenti vuoti e assenze. Alle pareti, collage affastellati, cortocircuiti visivi dalle forti connotazioni semantiche e frutto di metodici saccheggi di contenuti virtuali, sono disposti metodicamente come all’interno di una quadreria seicentesca.

A pavimento, invece, una piccola installazione costituita da un paio di piedi virili, nuovamente in maiolica, su cui campeggia la scritta My Dad Loves Me, sono accompagnati da una mutandina da bambino, caduta in prossimità, ad insinuare in modo morboso ipotesi striscianti, impensabili, criminali.

L’utilizzo della maiolica dipinta, comunemente associata a innocue e remissive pratiche decorative, convive con narrative dell’inquietudine e della sofferenza, attraverso inattesi temi iconografici, affrontati in un continuo gioco di rimandi tra estraneo e familiare, fascinoso e respingente.

Il lavoro di Eva Hide è una pratica che vive di solitudine, struggente e invincibile. Patetica e dolorosa come la conoscenza, la loro arte non crede più nel suo potere di guarigione ma tenta disperatamente di accorciare l’altezza che ci separa dalla caduta.

Testo Critico di Ginevra Bria a seguire:

L’innocenza ha due volti. Quando rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione ne rimaniamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere e rimanere nascosti, fuori dalla portata della consapevolezza, insabbiati nel non-sapere. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza, o tra natura e cultura, ma tra un approccio sistemico all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia inconscia di una figura dominante in declino: il padre, non più ambasciatore della realtà, ma normatore del categorico impulso a creare.

La vera questione è : a chi propriamente appartiene la norma del significato dell’arte ? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie del futuro ?

Nella pratica di Eva Hide, all’interno della personale che porta il titolo di un collage recente Dad is God, le tracce del passato, non essendo mai raggiungibili nella loro interezza, fanno sì che l’inevitabile moto verso di esse, un apparente volgersi all’indietro, generi un continuo ripensarle e costruirle, strutturando e inventando, in perpetua oscillazione, una vita, la propria vita, come costante progressione in avanti.

Il progetto Eva Hide, dichiarano Leonardo Moscogiuri e Mario Suglia, ha avuto inizio nel 2013 ed è il frutto di un lungo ed estenuante percorso volto alla ricerca di una possibilità di dare forma e sostanza alle nostre proiezioni interiori. Opportunità che abbiamo trovato nella ceramica, materia che per un decennio abbiamo usato esclusivamente per dare continuità alla tradizione artigianale settecentesca della maiolica laertina e che solo successivamente, come durante un’illuminazione improvvisa, si è rivelata un mezzo artistico perfetto per mediare direttamente tra il mondo delle idee e quello tangibile, del Reale. Nel luogo in cui viviamo, per fortuna o per sfortuna, l’arte è una pratica estremamente solitaria, solipsistica, forse: non ci sono gallerie, critici, collezionisti o amici artisti. Non si è travolti dal fiume in piena di parole e azioni che spesso ne offuscano il significato. Amiamo con dedizione il lavoro di molti artisti del passato e di artisti contemporanei da cui traiamo spesso ispirazione, ma due dipinti in particolare: La crocifissione di Grünewald e i Sette vizi capitali di Otto Dix, visti alla Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, in Germania, città in cui abbiamo vissuto per diverso tempo, sono stati per noi folgoranti, nel senso più mistico del termine. Questi due scenari hanno segnato profondamente, in modo irreversibile, il nostro sentire artistico e umano.

Per Eva Hide ogni risultante artistica si trasforma in protesi esterna, in estensione dell’apparato psichico, tale da permettere a quest’ultimo di inscrivere e così di delineare, reinventandole, le imprendibili tracce sensoriali-emotive di un passato composto da ferite in costante trasformazione. La deformazione, la devitalizzazione di Fontana (2017), ad esempio, si presenta divisa, come in un autoritratto, tra un sentimento di vuoto, di rinuncia, di mancanza di un’impronta nella propria identità sessuale, quasi costretta a farsi assente a se stessa e una capacità di evasione e di trascendenza, una sorta di tensione liberatoria verso uno spazioso universo di transustantazione e di immaginazione.

Nel trasporsi all’esterno, acquisendo una configurazione oggi abbordabile, avvicinabile da parte della consapevolezza e della riflessione, la ferita impressa dallo sguardo paterno diventa però anche materia da plasmare artisticamente, vale a dire da far evolvere sul suo stesso terreno, quello sensoriale ed emotivo (Dad is God collage, 2016). Lì, nell’interiorità esteriorizzatasi in opera d’arte, divenuta l’oggetto sensoriale ed emotivo che è il prodotto artistico sotto forma di presente ricordato, accade che il mancato riconoscimento dell’identità del figlio da parte del padre. Un mancato riconoscimento che è come un sole nero o una pupilla bianca e cieca (Hero, video, 2016), e che rende futile ogni cosa come un circo di melanconia, all’interno della quale si ritrova anche un nuovo sguardo, quello che il dominio sulla devastazione rende appunto possibile.

L’opera stessa infatti (come il collage Giuditta vittoriosa, 2017), grazie al contatto che offre con l’ambiente artistico, con i suoi esponenti, ma anche con un’intera tradizione di stili, di linguaggi, di persone, e grazie poi all’interiorità sensoriale ed emotiva che in essa si delinea e che si rende persino modificabile, è adesso un nuovo padre: un potente strumento di riflessione. Ovviamente, qui per riflessione bisogna intendere non solo una capacità di pensare e di ripensarsi, ma anche la possibilità di ricevere un nuovo riflesso, una nuova immagine di sé, da parte di uno schermo, di una lama o di uno specchio. O da parte, appunto, di uno sguardo che seziona e attraversa il tempo.

La ricerca dell’evento passato, ma non ancora sperimentato, si presenta in Dad is God sotto forma di ricerca di tale evento nel futuro (Wedding, 2017). Questo accade perché l’esperienza originale non può essere collocata nel passato finché lo sguardo di Eva Hide non riesca a inserirla oggi nella sua formulazione presente e nel controllo onnipotente. La coscienza primaria, infatti, come nella serie di Why Children Steal (2016), nasce dall’interazione dinamica tra memoria e percezione in atto. Questa interazione dinamica permette di ricategorizzare il presente alla luce del passato e di costruire in questo modo una scena percettiva coerente. Isole di divertita, delicata, leziosissima indecenza, lo sguardo individuale equivale in ogni suo istante a un paradossale presente ricordato: un passato infantilizzato che può esistere e definirsi soltanto nella reinvenzione che si plasma all’interno dell’attimo presente.

In questa mostra personale, cercando all’indietro quel che proprio lì sempre sfugge, perché costituito da tracce magmatiche, come ricorda la superficie esondata della maiolica, da vissuti essenzialmente corporei di natura sensoriale ed emotiva, lo spettatore assimila e ricategorizza alcuni vissuti alla luce e nella forma dell’esperienza presente, ricostruendo ogni volta il passato come realtà antica e tuttavia inevitabilmente nuova.

Ma quale duttilità, quale capacità plastica concede, ed è insita nella maiolica rispetto altri materiali scultorei? La ceramica materia primordiale, rispondono Eva Hide, per eccellenza, imperitura e fragile allo stesso tempo, nella sua dimensione umanista di arte fatta con la terra ha nella sua lavorazione qualcosa di magico e di alchemico. L’argilla, offre una morbidezza e immediatezza plastica difficile da riscontrare in altri materiali. La lavorazione della maiolica, uguale da secoli, nei suoi passaggi fondamentali ha in sé un aspetto che ci intriga, ed è l’impossibilità di avere ripensamenti nelle fasi successive alla modellazione. La creazione di una scultura in maiolica ha molto in comune con una messa in scena di una rappresentazione teatrale, deve essere buona la prima, senza possibilità di appello, altrimenti tutto il lavoro è compromesso. Un aspetto che ci piace sottolineare del nostro lavoro è la lucida volontà di non perdersi mai nei meandri dei tecnicismi virtuosistici praticabili nell’ambito ceramico e rimanere fedeli alla dimensione umana sopra citata.

La maiolica, un tempo considerata decorativa e leziosa, ben si adatta a conferire una tridimensionalità sardonica al faceto, alla lucidità dell'osceno, attraendo lo sguardo. La maiolica dipinta ci consente, inoltre, di perpetrare l’inganno dato dai colori rassicuranti e dalla familiarità del materiale, rispetto alla tragicità dei temi usati.

Il passato non può quindi essere concepito come memoria statica, come fotografia riposta in un archivio e lì esistente, bensì come creazione di un senso assente, vera invenzione di un senso rimasto, come si usa dire, in sofferenza.

L’identità umana rappresentata da Eva Hide rifugge la percezione della mancanza e del vuoto, condizioni immanenti all’esistenza. Perciò solitamente, e in maniera difensiva, l’identità rifugge i vissuti di mancanza e compone una propria posizione di stabilità: una statica coerenza di se stessi e degli oggetti esterni. Tuttavia un’identità più autentica si fonda sul contatto consapevole con la mancanza, con il vuoto interno. Ogni artista, attraverso la propria pratica può ripudiare la falsa identità di provenienza paterna, difensivamente rigida e stabile, per lanciarsi alla ricerca di una nuova identità, di per sé sempre mancante e in fondo sofferente, ma per questo motivo anche feconda e propulsiva.

Inoltre, la poetica dell’anonimato, di Eva Hide ribalta la ferita nel suo contrario, vale a dire in una recuperata autoaffermatività: in una sorta di aggressività mediata, non piena e diretta ma pur sempre vivibile, parzialmente conquistata. Lo pseudonimo assimila l’accettazione creativa del vuoto e della depressione, e di una fondamentale carenza nella sfera pulsionale paterno-virile. Grazie a questa accettazione la passività e l’immobilità, anzi la loro spinta a esprimere solo per vie traverse l’identità, diventano l’unica possibile fonte di un’identità più vera, in costante e mai conclusa costruzione. Un’identità che si dipana perciò nel presente sempre nuovo di un passato che ricrea e che trasforma le sue tracce più ferite e dolenti.

Attraversando Dad is God, necessitiamo della banalità che troviamo nel momento iniziale dello svelamento, perché essa si radica e ci rinsalda alla realtà. La contingenza promettendoci il familiare, il proverbiale meccanismo del sesso, offre allo stesso tempo, la possibilità della soggettività condivisa del sesso. La perdita di mistero avviene nello stesso momento in cui ci vengono offerti i mezzi per dar vita ad un mistero condiviso. A questo punto si può comprendere la difficoltà di creare un’immagine statica del denudamento sessuale (Veronica, 2017). Nell’esperienza sessuale vissuta, il denudamento è un processo, piuttosto che uno stato. Se si isola un istante di questo movimento, la sua immagine apparirà banale, invece di fare da ponte tra due intensi stati dell’immaginazione, e potrebbe risultare fredda. Questa è una delle ragioni per cui, i corpi nudi di Eva Hide contengono tempo ed esperienza del tempo. Il loro corpo restituito alla molteplicità ci sfida non come una visione improvvisa, ma come esperienza, l’esperienza degli artisti. Ogni immagine viene rimodellata dalla personalità dei due artisti. La coerenza di quel che i corpi permettono di vedere non è più intrinsecamente connessa ai corpi, al loro cortocircuitare, ma segue lo sguardo delle mani che li hanno disposti. Questo sguardo consente alla metà inferiore e alla metà superiore dei corpi di vivere separatamente, talvolta in direzioni opposte, attorno al fulcro sessuale che è celato: il torso verso destra e le gambe verso sinistra, oppure il contrario. A parte la necessità di trascendere il singolo istante e di ammettere la soggettività, vi è un altro elemento essenziale: ad ogni grande rappresentazione sessuale della nudità. L’elemento della banalità deve essere manifesto ma non freddo, questo l’elemento che distingue il voyeur dall’amante. Qui tale banalità andrà rinvenuta nella coazione di Eva Hide a comporre la grassa pastosità della carne che di continuo rompe ogni ideale convenzione di forma e di continuo offre la promessa della sua straordinaria particolarità.

Il genere deframmentato dei corpi che in Eva Hide viene ricostruito all'estremo, con eccesso di scrupolo, in realtà sottolinea l'incapacità di codificare un gender. Le definizioni di genere sono solo un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità, ma la grande accumulazione di teorie che si sono avvicendate sulla questione è la prova che la realtà non è ferma, si sposta continuamente cambiando i suoi scenari e rendendo praticamente nulle molte certezze in merito. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti relativi e dinamici. Dato che pensare con certezza è impossibile, potremmo quindi provare a pensare insieme all’errore invece che escluderlo, consapevoli che possiamo sbagliare. In assenza di riscontri oggettivi, possiamo affidarci al criterio delle probabilità, evitando di bloccare la realtà in un pensiero. Affidandoci allo scorrere delle cose e generando momenti di finzione, possiamo trovare la libertà di far fluire la realtà verso l’esplorazione della mente e accogliere nuove definizioni.

Il corpo non è mai incluso interamente nella vostra pratica compositiva, ma si trova ridistribuito per parti essenziali, per parti narrative. Che cosa significa incarnare, lavorare e poi disincantare l'uomo attraverso la sua fisicità ? Noi non possiamo prescindere dal pesante fardello iconografico dell’arte italiana antica onnipresente in chiese e musei, dai fiumi straripanti di corpi nudi e di madonne che allattano, di molteplici Susanna che si mostrano, di tanti Adamo, Eva, santi con atteggiamenti erotici e martiri dilaniati. Tutto questo, mescolato al costante flusso di immagini della realtà quotidiana, da origine alle nostre narrazioni. Il nostro è un regno di morti e di fantasmi, di allucinazioni impregnate di polvere e di un tempo che non si muove mai; è un inno trionfale alla condizione miserabile dell' uomo. Tutto è rotto, spezzato, tragico, insostenibile. Tutto viene distrutto e tutto viene ricostruito.

Quindi il prodotto artistico di Eva Hide, insieme al processo che ripetutamente lo lavora (come in Kiss me, 2017) e lo compone, agisce elettivamente, quale organizzatore esterno: un vero contenitore che per effetto di una materializzazione proiettiva, e grazie alla natura sensoriale ed emotiva di quest’ultima, accoglie elementi psichici non integrati, spesso di natura enfatica e prevalentemente anch’essi di natura sensoriale ed emotiva.

Infatti il processo creativo, in qualunque modo si compia, in veste di collage, di pittura, di video e di scultura è costituito da tre componenti: gli elementi riversati all’esterno, il processo insieme gestuale e intellettivo che opera questa materializzazione, e infine il risultato, il prodotto artistico. E poiché le tre componenti, nel percorso di Dad is God, possiedono tutte una qualità eminentemente sensoriale ed emotiva, questa rende il processo un tutto unico, uno snodo nel quale il passato più sfuggente, inscritto nell’originariamente inconscio in forma corporeo-affettiva, ottiene una riformulazione presente, la sola possibile e realmente esistente, incarnata nella malizia di My Dad Loves Me (2017).
Questo gruppo scultoreo può mostrarsi nella reiterazione di uno scenario bloccato, pur sempre poco definito e informe, soffocato e contratto, costituendosi anche come semplice riformulazione di un sintomo preesistente, di un peccato commesso a scapito dell’innocenza, sebbene adesso collocato e distanziato, nella sua interpretazione, all’esterno; oppure potrà essere riletto come uno scenario in costante e dolorosa evoluzione, sempre lo stesso e tuttavia ogni volta diverso, strutturalmente lontano dall’informità bloccata di una colpa.

In Dad is God, l’unione delle due componenti, attiva e passiva, terrena e celeste, orizzontale e verticale è il frutto dell’arte di Eva Hide, riduttore di frattura esterno, luogo di inscrizione di un sogno che è sembrato vero, che permette alle sfuggenti tracce sensoriali-affettive, soprattutto alle più pungenti, le più nascoste, non solo di delinearsi ma di reinventarsi in modo trasformativo. Il supporto esterno offerto dai materiali sensoriali e affettivi come la ceramica e la carta agisce come vero e proprio prolungamento dell’apparato psichico di Eva Hide, sovvertitore di ogni norma imposta, patriarcale perché manipolabile, da un lato, con consapevolezza e riflessione, e dall’altro lato con la più intima partecipazione corporeo-affettiva. Inoltre tale supporto, pur di per sé solipsistico perché auto-gestito, consente tuttavia un rinnovato contatto con la realtà esterna, anzi un fermo inserimento in essa, e quindi in parallelo il già detto fecondo legame con corrispondenti metamorfosi psicologiche interne.

Eva Hide. Dad is God
dall'8 aprile al 24 giugno 2017

Traffic Gallery
via San Tomaso 92
Bergamo
+39 035 060 2882


mercoledì 22 marzo 2017

Maurizio Cannavacciuolo. Islas y otras historias


a cura di Alberto Dambruoso
Opening Giovedì 6 Aprile 2017 ore 18.30

GALLERIA EMMEOTTO
Palazzo Taverna – Via di Monte Giordano, 36 - 00186 Roma
7 Aprile – 23 Giugno 2017


Il 6 aprile 2017 alle ore 18.30 s’inaugura alla Galleria Emmeotto di Roma (Palazzo Taverna) la mostra personale di Maurizio Cannavacciuolo dal titolo “Islas y otras historias” a cura di Alberto Dambruoso.

Presenti in mostra circa trenta dipinti, realizzati con la tecnica dell’olio su tela, che ben documentano la ricerca compiuta dall’artista negli ultimi anni (2013-2017). Rispetto ai dipinti dei cicli precedenti, caratterizzati da una intensissima tessitura cromatica, divenuta nel tempo una delle cifre dell’artista di origini napoletane, nell’ultima serie presentata in esposizione a prevalere è una fitta trama di segni in bianco e nero, attraversata in alcuni punti dal colore, ora sotto forma di decoro geometrico ora invece attraverso interventi pittorici diretti.

Il colore ritorna ad essere protagonista in diverse opere presenti in mostra, seppur con modalità esecutive completamente diverse rispetto al passato. Alcuni lavori realizzati nello stesso periodo (2013-2017) si contraddistinguono infatti per una colorazione accesa e una stesura del colore per campiture larghe, che rievocano per certi versi il colore piatto della pittura americana degli anni Cinquanta “Color field”. Ciò che non è cambiata per nulla rispetto alle opere dei cicli precedenti, è la straordinaria capacità di Cannavacciuolo di coinvolgere lo spettatore attraverso una ricchissima tavolozza fatta di segni, colore e soprattutto di racconti, espressione dei suoi molteplici interessi culturali, dalla cultura pop degli anni Sessanta alla conoscenza delle culture medio-orientali o latino- americane, passando per il cinema e la letteratura di tutti i tempi. Ed è anche sempre nel segno dell’horror vacui che anche queste opere devono essere lette; ne resta immutata la forte propensione psicologica nonché il senso enigmatico. Cannavacciuolo crea delle immagini sovrapposte ed intrecciate da geometrie astratte dove significati e significanti si ritrovano sullo stesso piano di rappresentazione e spetta allo spettatore rintracciare i tanti nessi di cui ogni opera è composta.


Maurizio Cannavacciuolo (Napoli 1954) è attivo sulla scena artistica internazionale dalla fine degli anni ’70. Ha lavorato con galleristi quali Lucio Amelio a Napoli e Gian Enzo Sperone a Roma e a New York; ha tenuto mostre personali a Roma, Rio de Janeiro, Londra (Galleria Sprovieri, 2003, 2006 e 2009), Santiago del Cile (Museo de Arte Contemporaneo, 2003), Boston (Isabella Stewart Gardner Museum, 2004 e 2016) e Newcastle (Baltic Centre for Contemporary Art). È, inoltre, presente nelle collezioni della Farnesina, della Camera dei Deputati a Roma e nella stazione “Cilea – Quattro Giornate” della Metropolitana di Napoli.


GALLERIA EMMEOTTO Emmeotto Arte Srl a s.u.
Palazzo Taverna | Via di Monte Giordano 36 00186 ROMA
ph. +39. 06.68.30.11.27 | e-mail: info@emmeotto.net | web: www.emmeotto.net
Orario: dal lunedì al venerdì h 10.30 - 13.30 | 14.30 - 19.30 o su appuntamento
Chiusura: Domenica e festivi


Teresa Margolles. Sobre la sangre


Teresa Margolles, “Frazada (L’Ombra)”, 2016
Coperta, struttura metallica e pietra 170 x 190 cm
Courtesy l’artista


Tenuta Dello Scompiglio – Vorno (Lucca)

SPE – Spazio Performatico ed Espositivo

Teresa Margolles
Sobre la sangre

a cura di Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia

Inaugurazione 25 marzo 2017 – ore 18.00
Fino al 25 giugno 2017

“Sobre la sangre” è il titolo della mostra di Teresa Margolles sul tema dell'odio di genere, che sarà allestita presso lo SPE – Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta Dello Scompiglio dal 25 marzo al 25 giugno 2017, a cura di Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia.


Teresa Margolles (Culiacán, Sinaloa, Messico, 1963 – vive e lavora a Madrid) è un’artista visiva che esamina le cause e le conseguenze sociali della morte, della distruzione e della guerra civile. L'artista è nota per la creazione di opere d'arte che si concentrano sui temi della violenza, del genere, della povertà e dell'alienazione. Il suo lavoro critica l'ordine sociale ed economico che rende normali certe morti violente, trasgredendo le convenzioni sociali e artistiche e sottolineando la complicità del governo nel produrre violenza e nel generare povertà. Come firma singola e attraverso il collettivo SEMEFO (Servicio Médico Forense), fondato a Città del Messico nel 1990 e attivo per un decennio, Teresa Margolles è tra le artiste che più hanno trattato il tema della brutalità della guerra tra narcotrafficanti e forze dell'ordine nella Repubblica federale del Messico, realizzando opere dalle quali emerge una ferma condanna alla violenza e a ciò che essa produce nelle famiglie delle vittime, nelle comunità e nello spazio urbano.

L'artista ha sviluppato un linguaggio personale come narratrice intradiegetica, testimone di soggetti silenziosi e di vittime definite come “danni collaterali”, spesso prive di un nome e dunque trattate solo come numeri. Sottili e seducenti, le sue opere offrono inizialmente una piacevole esperienza estetica, che presto però diventa qualcos’altro. Un esempio paradigmatico è stata la mostra personale ¿De qué otra cosa podríamos hablar? per il Padiglione messicano alla Biennale di Venezia del 2009. In essa, tra le diverse azioni e installazioni, il visitatore si trovava di fronte ai teli utilizzati per coprire i cadaveri delle vittime del traffico di droga, per poi imbattersi in una sala espositiva in cui parenti di vittime di morte violenta lavavano il pavimento con una miscela di acqua e sangue delle stesse. Una vicinanza intima al materiale della morte che provoca spesso nel pubblico scosse viscerali che avviano una profonda interrogazione su particolari problematiche sociali. Un altro esempio è stato il lavoro presentato a Manifesta 11, la Biennale europea di arte contemporanea che si è tenuta a Zurigo nel 2016, in cui l'artista ha effettuato una serie di incontri con alcuni lavoratori del sesso transessuali di Zurigo e Ciudad Juárez.

Nel contesto della violenza di genere si inserisce la mostra “Sobre la sangre”, che comprende l’installazione itinerante “Frazada (La Sombra)”, la grande tela che presta il titolo all’esposizione “Wila Patjharu / Sobre la sangre” e la nuova installazione site specific “Testimone”. Nella sua complessità e articolazione, la mostra trasforma integralmente l’architettura dello spazio espositivo Dello Scompiglio, alterandone le caratteristiche fisiche e percettive, per portare il visitatore in un ambiente buio e labirintico che lo avvolge completamente.

Punto di partenza è l’installazione itinerante “Frazada (La Sombra)” (2016), realizzata in occasione della Biennale di Bolivia del 2016, che nella giornata inaugurale si muoverà in alcune piazze di Lucca e successivamente sarà allestita negli spazi esterni della Tenuta. L'installazione è composta da una coperta montata su una struttura metallica alta un metro e novanta, utilizzata generalmente nelle bancarelle. Recuperata dall'obitorio di La Paz e impregnata del sangue di una donna vittima di femminicidio, la coperta perturba chi utilizza la sua ombra per trarne refrigerio nelle giornate assolate, in quanto si accorge solo successivamente del forte odore di sangue che essa sprigiona. Con “Frazada” Teresa Margolles intende visualizzare l'ombra della violenza di genere, che in Bolivia, secondo l'Istituto Nazionale di Statistica, interessa ben l'87% delle donne.



All’interno dello spazio espositivo, la grande tela “Wila Patjharu / Sobre la sangre” (2017), cuore della mostra, è impregnata in questo caso del sangue di dieci vittime di femminicidio a La Paz e ricamata successivamente da artigiane locali attraverso le tecniche tradizionali di decorazione degli abiti di danza popolare boliviana. Emerge in questo modo come spesso il folklore e la tradizione riescano a coprire, a nascondere e a trasformare in ornamento una tragica realtà quotidiana. Motivi floreali e caporali ricamati con paillettes, perline e fili dai colori sgargianti, scandiscono un percorso sinestetico attraverso il quale il pubblico, immerso nella penombra, è condotto per una lunghezza di 25 metri, in un cammino di confronto con le proprie convinzioni e sicurezze etiche ed estetiche davanti al rumore dei propri passi.

Questi passi portano alla terza installazione in mostra, intitolata “Testimone” (2017), e realizzata appositamente per la mostra. L'ambiente si configura come un corridoio perimetrale in penombra in cui sono collocate alcune tracce audio e due fotografie che raccontano di Carla e La Gata, due prostitute transessuali scomparse prematuramente nella messicana Ciudad Juárez. Le registrazioni audio girano intorno al rifiuto e alla riluttanza sociale, alle esperienze e desideri stroncati. La prima uccisa a 67 anni nel 2015 e la seconda a 32 nel 2016, hanno pagato con la propria vita l'odio di genere di cui sono portatori non solo i loro carnefici ma anche le istituzioni. Il loro essere transessuali, prostitute e povere ne fanno morti che non contano, come potrebbe dire Judith Butler, che nel suo saggio “Violenza, lutto, politica” si chiede: “Cosa si intende per umano? Quali vite contano in quanto vite? E, da ultimo, cosa rende una vita degna di lutto?”.

L’appuntamento fa parte di “Assemblaggi Provvisori”, manifestazione dell’Associazione Culturale Dello Scompiglio, diretta da Cecilia Bertoni, con concerti, incontri, installazioni, laboratori, mostre, performance, teatro ragazzi e residenze, incentrati sull’individualità in relazione e/o in conflitto con il genere e più specificamente con l’assenza di causalità e coincidenza tra il sesso biologico, il genere (mascolinità–femminilità) e l’orientamento sessuale.

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Teresa Margolles (1963, Culiacán, Sinaloa, Messico) ha esposto in numerosi musei, istituzioni e fondazioni internazionali. Tra le principali mostre ricordiamo: Biennale di Dallas, 2017, Biennale di Bolivia, 2016, Neuberger Museum of Art, Acquisto, NY, USA 2015; Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo, 2014; Centro de Arte Dos de Mayo, Madrid, 2014; Principe Claus Fund, Amsterdam, 2012; Museo Universitario de Arte Contemporáneo (MUAC), Città del Messico, 2012; Museo de Arte Moderno, Città del Messico, 2011; Museion, Bolzano, 2011; Kunsthalle Fridericianum, Kassel, 2010; Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles, 2010; La Biennale di Venezia, Padiglione messicano, Venezia, 2009.

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Il Progetto Dello Scompiglio ideato e diretto da Cecilia Bertoni, prende vita nella omonima Tenuta, situata alle porte di Lucca, sulle colline di Vorno; una realtà in cui le attività legate alle arti visive e performatiche negli spazi interni ed esterni e il dialogo e le attività con la terra, con il bosco, con la fauna, con l’elemento architettonico contribuiscono a una ricerca di cultura. Ogni scelta relativa al Progetto è perciò valutata in relazione alla propria sostenibilità ambientale, attraverso forme di interazione e di responsabilità. All'interno della Tenuta Dello Scompiglio, accanto all'Azienda Agricola e all'Osteria, opera l'omonima Associazione Culturale. L'Associazione dal 2007 crea, produce e ospita spettacoli, concerti, mostre, installazioni, teatro per ragazzi; realizza residenze di artisti, laboratori, corsi e workshop; organizza e propone percorsi all‘aperto, lezioni Metodo Feldenkrais ®; gestisce lo Spazio Performatico ed Espositivo (SPE).

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SPE - Spazio Performatico Espositivo
Informazioni e prenotazioni: biglietteria@delloscompiglio.org |0583 971125
Associazione Culturale Dello Scompiglio
Via di Vorno, 67 | 55012 Vorno, Capannori (LU)
www.delloscompiglio.org |0583 971475 | 338 7884145


Ufficio Stampa Tenuta Dello Scompiglio
Angelica D’Agliano | 339 8077411 | angelica@delloscompiglio.org
Consulenza Ufficio stampa "Assemblaggi Provvisori"
Giovanna Mazzarella | 348 3805201 | giomazzarella@gmail.com 

martedì 21 marzo 2017

57. Esposizione Internazionale d’Arte Venezia_VIVA ARTE VIVA

la 57. Esposizione apre al pubblico sabato 13 maggio 2017

la curatrice è Christine Macel
Sarà aperta al pubblico da sabato 13 maggio a domenica 26 novembre 2017, ai Giardini e all’Arsenale, la 57. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo VIVA ARTE VIVA, curata da Christine Macel e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. La vernice avrà luogo nei giorni 10, 11 e 12 maggio, la cerimonia di premiazione e di inaugurazione si svolgerà sabato 13 maggio 2017.

La Mostra sarà affiancata da 87 Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 4 i paesi presenti per la prima volta: Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria, Kazakistan (prima volta da solo).

Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, sarà curato quest’anno da Cecilia Alemani.

Anche per questa edizione si prevedono selezionati Eventi Collaterali, proposti da enti e istituzioni internazionali, che allestiranno le loro mostre e le loro iniziative a Venezia in concomitanza con la 57. Esposizione.


La Mostra Internazionale VIVA ARTE VIVA
La Mostra offre un percorso espositivo che si sviluppa intorno a nove capitoli o famiglie di artisti, con due primi universi nel Padiglione Centrale ai Giardini e sette altri universi che si snodano dall'Arsenale fino al Giardino delle Vergini. 120 sono gli artisti partecipanti, provenienti da 51 paesi; di questi 103 sono presenti per la prima volta nella Mostra Internazionale del curatore.

«La Biennale si deve qualificare come luogo che ha come metodo, e quasi come ragion d'essere, il libero dialogo tra gli artisti e tra questi e il pubblico.»

Con queste parole il Presidente della Biennale Paolo Baratta presenta la Biennale Arte 2017, spiegando che «con la presente edizione si introduce un ulteriore sviluppo; è come se quello che deve sempre essere il metodo principale del nostro lavoro, l'incontro e il dialogo, diventasse il tema stesso della Mostra. Perché questa Biennale è proprio dedicata a celebrare, e quasi a render grazie, all'esistenza stessa dell'arte e degli artisti, che ci offrono con i loro mondi una dilatazione della nostra prospettiva e dello spazio della nostra esistenza.»
«Una Mostra ispirata all'umanesimo, dice Christine Macel. Un umanesimo non focalizzato su un ideale artistico da inseguire, né tanto meno caratterizzato dalla celebrazione dell'uomo come essere capace di dominare su quanto lo circonda; semmai un umanesimo che celebra la capacità dell'uomo, attraverso l'arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo, forze che se lasciate sole possono grandemente condizionare in senso riduttivo la dimensione umana.»
«È un umanesimo nel quale l'atto artistico è a un tempo atto di resistenza, di liberazione e di generosità.»

«Un aspetto rilevante della 57. Mostra – dichiara il Presidente - è il fatto che da solo basterebbe a qualificarla al di là di ogni tema o narrazione: dei 120 artisti invitati, ben 103 non hanno mai partecipato prima alla Mostra del nostro curatore. Alcune sono scoperte, molte altre, almeno per la presente edizione, sono riscoperte. È questo un modo concreto di esprimere, con il coraggio delle scelte, la propria fiducia nel mondo dell'arte.»
«Con questa Biennale poi, l'incontro diretto con l'artista assume un ruolo strategico, tanto da costituire uno dei pilastri della Mostra, con un programma che per dimensione e per impegno è senza precedenti. Attorno alla Mostra principale della curatrice, 87 padiglioni dei paesi partecipanti daranno vita ancora una volta a quel pluralismo di voci che è tipico della Biennale di Venezia.»

Christine Macel da parte sua ha dichiarato:
«L'arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell'umanità, in un momento in cui l'umanesimo è messo in pericolo. Essa è il luogo per eccellenza della riflessione, dell'espressione individuale e della libertà, così come degli interrogativi fondamentali. L'arte è l'ultimo baluardo, un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi specifici e rappresenta anche un'alternativa all'individualismo e all'indifferenza.»
«Più che mai, il ruolo, la voce e la responsabilità dell'artista appaiono dunque cruciali nell’insieme dei dibattiti contemporanei. È grazie alle individualità che si disegna il mondo di domani, un mondo dai contorni incerti, di cui gli artisti meglio degli altri intuiscono la direzione.»
«VIVA ARTE VIVA è così un'esclamazione, un'espressione della passione per l'arte e per la figura dell'artista. VIVA ARTE VIVA è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti.»

I nove Trans-padiglioni
Ognuno dei nove capitoli o famiglie di artisti della Mostra “costituisce di per sé un Padiglione o un Trans-padiglione, in senso transnazionale, che riprende la storica suddivisione della Biennale in padiglioni, il cui numero non ha mai cessato di crescere dalla fine degli anni ‘90.»
«Dal "Padiglione degli artisti e dei libri" al "Padiglione del tempo e dell’infinito", questi nove episodi propongono un racconto, spesso discorsivo e talvolta paradossale, con delle deviazioni che riflettono la complessità del mondo, la molteplicità delle posizioni e la varietà delle pratiche. La Mostra si propone così come una esperienza che disegna un movimento di estroversione, dall’io verso l'altro, verso lo spazio comune e le dimensioni meno definibili, aprendo così alla possibilità di un neoumanesimo.»
«VIVA ARTE VIVA vuole al contempo infondere una energia positiva e prospettica, rivolta ai giovani artisti e che al contempo dedica una nuova attenzione agli artisti troppo presto scomparsi o ancora misconosciuti al grande pubblico, malgrado l'importanza della loro opera.»
«Partendo dal "Padiglione degli artisti e dei libri", la Mostra pone come premessa una dialettica che attiene alla società contemporanea, al di là dell'artista stesso, e che interroga tanto l'organizzazione della società quanto i suoi valori.»
«L'arte e gli artisti vengono quindi collocati al centro della Mostra che inizia da un’indagine sulle loro pratiche e il modo di fare arte, tra ozio e azione, tra otium e negotium.»

Una serie di eventi paralleli animeranno la manifestazione, seguendo «lo stesso postulato, quello di mettere gli artisti al centro della mostra. Il catalogo è quindi dedicato esclusivamente agli artisti, invitati a presentare documenti visivi e testuali incentrati sulle loro pratiche e sul loro stesso universo.»

Tavola Aperta
«Al fine di lasciare agli artisti il posto principale, VIVA ARTE VIVA darà loro anche la parola. Tutti i venerdì e sabato di ogni settimana, durante i sei mesi di Esposizione, un artista terrà una Tavola Aperta, incontrando il pubblico durante un pranzo da condividere, al fine di accennare al proprio lavoro e dialogare. Due sono i luoghi dedicati a questi eventi, la parte antistante del Padiglione Centrale dei Giardini e delle Sale d'Armi dell'Arsenale, mentre la trasmissione in streaming sul sito della Biennale consentirà a chiunque di seguirne lo svolgimento.»

Progetto Pratiche d'Artista
«Nei due luoghi, uno spazio è parimenti dedicato al Progetto Pratiche d'Artista, che raccoglie un insieme di brevi video realizzati dagli artisti stessi, per far scoprire il loro universo e il loro modo di lavorare.» A partire dal 7 febbraio e fino all’apertura della Mostra, ogni giorno sarà messo online un video sul sito della Biennale, permettendo così di conoscere gli artisti invitati.
«Questi due progetti – spiega Macel - sono aperti a tutti gli artisti della Biennale Arte. Ogni Padiglione nazionale sarà altresì invitato a partecipare alla Tavola Aperta, il mercoledì e il giovedì, ma anche ad arricchire il database dei video sugli artisti.»

La Mia Biblioteca
«Infine, il progetto La Mia Biblioteca, ispirato al saggio di Walter Benjamin pubblicato nel 1931, permette agli artisti di VIVA ARTE VIVA di riunire in una lista le loro letture preferite, offrendo agli stessi una fonte di reciproca conoscenza e d’ispirazione per il pubblico. Il progetto è visibile nella Mostra del Padiglione Centrale, così come nel catalogo. Il Padiglione Stirling nei Giardini ospita la biblioteca costituita dagli artisti e messa a disposizione del pubblico.»

Progetti Speciali e Performance
«Parallelamente alla Mostra del Padiglione Centrale e dell'Arsenale, diversi Progetti Speciali e Performance sono commissionati specialmente per i Giardini, il Giardino delle Vergini e altri luoghi. Un programma di una ventina di performance si svolgerà nei giorni dell’inaugurazione. Esse sono disponibili in streaming sul sito della Biennale, e poi visibili nella Mostra, in una sala multimediale dell'Arsenale espressamente creata.»


LE COLLABORAZIONI
È confermata per il secondo anno consecutivo la collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra per il Padiglione delle Arti Applicate, sito alle Sale d’Armi dell’Arsenale, che sarà a cura di Jorge Pardo, artista e scultore cubano il cui lavoro fonde arte e design.
Si rinnova l’accordo con il Teatro La Fenice per il Progetto Speciale dedicato quest’anno all’opera Cefalo e Procri, con musica di Ernst Krenek e libretto di Rinaldo Küfferle. Rappresentata in prima assoluta alla Biennale Musica del 1934 al Teatro Goldoni, andrà in scena al Teatro Malibran di Venezia dal 29 settembre al 7 ottobre 2017. Il progetto è affidato all’artista francese Philippe Parreno, suggerito dalla curatrice della Biennale Arte 2017 Christine Macel. L’iniziativa prosegue così la collaborazione tra Biennale e Fenice iniziata nel 2013 con Madama Butterfly, le cui scene e costumi furono affidati all’artista giapponese Mariko Mori e la regia di Àlex Rigola, già direttore artistico della Biennale Teatro, e poi nel 2015 con il nuovo allestimento di Norma, affidato per regia, scene e costumi all’artista americana Kara Walker.

BIENNALE SESSIONS, il progetto per le Università
Si rinnova per l’ottavo anno consecutivo, e dopo il successo delle edizioni precedenti, il progetto Biennale Sessions che La Biennale dedica alle istituzioni operanti nella ricerca e nella formazione nel campo dell’architettura, delle arti e nei campi affini, Università e Accademie. L'obiettivo è quello di offrire una facilitazione a visite di tre giorni da loro organizzate per gruppi di almeno 50 tra studenti e docenti, con vitto a prezzo di favore, la possibilità di organizzare seminari in luoghi di mostra offerti gratuitamente, assistenza all'organizzazione del viaggio e soggiorno.

EDUCATIONAL
Anche per il 2017 è prevista l’attività Educational che si rivolge a singoli e gruppi di studenti delle scuole di ogni ordine e grado, delle università e delle accademie d'arte, professionisti, aziende, esperti, appassionati e famiglie. Le iniziative mirano a un coinvolgimento attivo dei partecipanti e si suddividono in Percorsi Guidati e Attività di Laboratorio.

L'OFFERTA EDITORIALE
Il catalogo ufficiale, dal titolo VIVA ARTE VIVA, è composto di due volumi.
Il Volume I è dedicato all’Esposizione Internazionale, ed è a cura di Christine Macel. Il Volume II è dedicato alle Partecipazioni Nazionali, ai Progetti Speciali e agli Eventi Collaterali. La Guida della Mostra è studiata editorialmente per accompagnare il visitatore lungo il percorso espositivo. Il progetto grafico dell’immagine coordinata della Biennale Arte 2017 e il layout dei volumi sono a firma dello Studio deValence, Parigi. La Redazione e l’Edizione dei 3 volumi sono a cura della Biennale di Venezia.

LA BIENNALE DI VENEZIA 2017: i Festival e Biennale College
Nel tempo di durata della Mostra sono previste le manifestazioni correlate agli altri settori della Biennale: in giugno l’11. Festival Internazionale di Danza Contemporanea (diretto da Marie Chouinard), in luglio e agosto il 45. Festival Internazionale del Teatro (diretto da Antonio Latella), a fine agosto - primi di settembre la 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (diretta da Alberto Barbera), in ottobre il 61. Festival Internazionale di Musica Contemporanea (diretto dal compositore Ivan Fedele), nonché le attività di Biennale College previste in tutti questi settori. Molte di queste iniziative si svolgeranno all'Arsenale, all'interno degli spazi stessi dell’Esposizione Internazionale d'Arte.

La 57. Esposizione Internazionale d’Arte è realizzata anche con il sostegno di Swatch, partner della manifestazione.
Sono sponsor Artemide, JTI (Japan Tobacco International), Vela-Venezia Unica, illycaffè e COIMA. Ringraziamenti a Cleary Gottlieb Steen & Hamilton LLP.

Si ringrazia il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, le Istituzioni del territorio che in vario modo sostengono La Biennale, la Città di Venezia, la Regione del Veneto.
Un ringraziamento va ai Donors, importanti nella realizzazione della 57. Esposizione.
In particolare i nostri ringraziamenti vanno a Christine Macel e a tutto il suo team.
Grazie, infine, a tutte le grandi professionalità della Biennale applicate con grande dedizione alla realizzazione e alla gestione della Mostra.

Sito web ufficiale della Biennale Arte 2017: www.labiennale.org
Hashtag ufficiale: #BiennaleArte2017

Petit Salon | opening mercoledì 22 marzo 2017, h 18.30 | MARS


 
MARS

Petit Salon

a cura di Fabio Carnaghi

Paola Anziché, Lorenza Boisi, Mattia Bosco, Arianna Carossa,

Giovanni De Francesco, Cleo Fariselli, Francesca Ferreri, Yari Miele, Concetta Modica, Alberto Mugnaini, Cristiana Palandri,

Silvia Vendramel, Devis Venturelli, Lucia Veronesi

 

Opening  mercoledì 22 marzo 2017, h 18.30

22 marzo – 2 aprile 2017

visite su appuntamento

 

MARS presenta “Petit Salon”, una mostra collettiva a cura di Fabio Carnaghi. Le opere in mostra si riferiscono ad una attitudine specifica della pratica artistica contemporanea nell’indagare il mondo degli oggetti, nel rigenerare processi e manifatture, nel mutuare suggestioni dall’interior design.

Da un appartamento milanese progettato da Piero Portaluppi, arredi originali costruiscono il paesaggio di un interno, una connessione tra il mondo degli oggetti e l’interiorità di un ipotetico quanto eclettico abitante. Tra riletture di stilemi e l’inquieta parvenza di objects d’art, le opere di quattordici artisti emulano la posa di una collezione privata.

Il progetto vuole rimettere in discussione e rigenerare il concetto di ornamento, mettendo in evidenza il labile confine tra arti decorative ed arte contemporanea, oltre lo stereotipo che le considera antitetiche e incompatibili.

 

 

MARS

Milan Artist Run Space

via Guido Guinizelli 6, 20127 Milano – (MM1 Pasteur)



 


 

 

Petit Salon

curated by Fabio Carnaghi

Paola Anziché, Lorenza Boisi, Mattia Bosco, Arianna Carossa,

Giovanni De Francesco, Cleo Fariselli, Francesca Ferreri, Yari Miele, Concetta Modica, Alberto Mugnaini, Cristiana Palandri,

Silvia Vendramel, Devis Venturelli, Lucia Veronesi

 

Opening Wednesday 22 March 2017, 6.30 pm

22 March – 2 April 2017

by appointment

 

 

The group show exhibited at MARS is curated by Fabio Carnaghi and includes multidisciplinary artists. The works on display present various mimic stereotypes of interior design, object features, manufacturing processes and other aesthetic suggestions.

The exhibition is realized under the umbrella of questioning the idea of “ornamentation”, a technique that is most commonly applied to a decorative object displayed in an interior.

Petit Salon is a reflection on the evanescent boundary between Decorative Arts and Contemporary Art, often considered opposed.

 

 

MARS

Milan Artist Run Space

via Guido Guinizelli 6, 20127 Milano – (MM1 Pasteur)